È un errore frequente, anche nei più avveduti uomini di giudizio, il credere che le colpe, le colpe giuridiche s’intende, siano colpe di per sé.
E il fatto che non si tratti di una distinzione sofistica apparirà forse più immediatamente se applicherete questo principio alla più nobile delle colpe, che è il furto, il quale non può e non deve in sé essere considerato una colpa, ma, semmai, la lacuna che ne consegue nelle altrui proprietà. Ora, massimamente interessante è l’applicare questo aureo principio al caso della corruzione veronese in ambito urbanistico. Perché si capisce che, così come il furto, la corruzione diviene colpa nel momento in cui priva di un bene chi possiede questo bene, ma nel caso di Veronda, a chi interessa il bene? A chi ha rubato Giacino se si faceva dare dei soldi da un mona che glieli dava? Chi danneggiava, visto che i cittadini non sapevano di possedere quel bene, quel territorio che si svendeva al miglior corruttore? Ai cittadini di Veronda, mi pare chiaro, interessava poco o punto, quel che ai veronesi premeva era che ci fossero i militari per strada a vigilare, le cartacce raccolte dalla strada e che per il resto li si lasciasse fare i loro affarucci, e perciò, io mi chiedo, dove è la colpa di Giacino? Io faccio conto che si tratti di corruzione tra privati, perché questo recitava il suo mandato: noi siamo un’azienda e facciamo girare il grano e vincere l’Hellas e vendere Pearà. E questo volevano i veronesi, e se non questo, non sapevano che cosa. Perciò io per me Giacino sarei anche a disposto a riconoscere che ha fatto bene e la sua coscienza è a posto. Se non che in realtà le conseguenze della sua corrutela hanno prodotto danno e privazione più sottili ma più infidi e odiosi dello scempio del territorio, danno e privazione che dovrebbero riguardare più direttamente le coscienze dei veronesi tutti.
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