Due facce della stessa brodaglia

SOPRA-SOTTO

Se apriamo il dizionario, la prima definizione di “lega” dice: “Materiale ottenuto dalla fusione di un metallo cui vengono aggiunti uno o più elementi, in modo che acquisisca proprietà e caratteristiche particolari”.
Ecco, questo si può ben applicare anche alla storia della lega del nord che odiava i terroni e che adesso li blandisce. Alla lega si devono dunque aggiungere altri elementi oltre al federalismo d’accatto e alla secessione a parole perché acquisisca nuove proprietà e miracolosamente continui a galleggiare.
La seconda definizione del dizionario riporta: “Genere, tipo, qualità: gente di bassa lega”. Anche questa aiuta a comprendere il movimento del nord che “mai coi fascisti”.

Purtroppo adesso all’interno del partito è in atto uno scontro epocale, due visioni del mondo contrapposte si misurano senza esclusione di colpi, con il rischio di mandare in mona la semina. Da una parte Matteo Tosi vuole lepenizzare il partito, magari sacrificando per la causa qualche inutile unterpadanen, magari trovando qualche altro jihadista in overdose da MTV che gli faccia un regalo simile a quello che a Marine Le Pen hanno offerto su un piattino in Francia. E cioè consegnargli in mano, se non l’italietta intera, almeno quella buona fetta che a cena digrigna i denti scorreggiando davanti al tg. Per raggiungere l’obiettivo si è prefisso di apparire in televisione all’incirca otto volte nell’arco della giornata e di inviare un migliaio di caustici tweet all’ora, dal linguaggio giovane, aggiornando così l’armamentario di chi si erge a difensore delle fobie che caratterizzano da sempre gli uomini spaventati: un razzismo 2.0 e un upgrade di xenofobia dalle larghe vedute e intese, in salsa non solo padana. Dall’altra ci sta Flavio Salvini, un demochristian reborn che si spaccia per amico dei meridionali (i calabri in particolare lo convincono) e che trova di cattivo gusto farsela con le falangi nere di mezza Europa: «L’alleanza con Casapound contrasta con la storia della Lega». Pare di capire che lui i fascisti non li vuole. Almeno quelli fuori dalla sua lista. Altrimenti non si spiegherebbero i vari MigliornaziMaschioMariottiDiDioPiubello, tutti arruolati tra le sue schiere. Senza dimenticare il responsabile veronese proprio di Casapound, quel Marcellino lame e vino dal coltello facile eletto consigliere in circoscrizione nella Lista Tosi (e presidente della kommissionen kulturen!). Magari ci sbagliamo, eh, potrebbe essere stato eletto in un’omonima Lista Tosi che nulla c’entra con la Lista Tosi. Altra affascinante ipotesi: Flavio li vuole redimere, depotenziare il loro fascismo e renderli docili sputatori di tricolori, convincerli con le armi della critica e con l’affettuoso calore che emana una poltrona quando sopra ci sta seduto comodo un virilissimo culo. Arduo insomma scegliere tra questi due campioni di coerenza padana. Anche perché poi, quello che conta veramente è la convergenza dei fondamentalismi per raggiungere un unico scopo comune, combattere battaglie su fronti opposti e condividerne il risultato: noi governiamo di qua, in nome dell’odio, voi governate di là, grazie alla fobia. In mezzo ci mettiamo una bella srotolata di filo spinato. L’impresa della paura è evergreen e prêt-à-porter, non ha mai bisogno di approfittare dei saldi.
E per questo, sia Flavio Salvini che Matteo Tosi sembrano ottime e fresche alternative bifronti allo strapotere boyscout di Silvio Renzi.

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