Il giornalista – II parte

 di Ugo Sau
(segue dalla prima parte)

Le segretarie del piano terra, al suo ingresso, si sdilinquivano davanti a lui, come ogni giorno, ed egli come tutti i giorni le salutò, chiamando ognuna per nome, e alle loro risatine isteriche chiese: «c’è posta per me?», e al ritmo dei loro ditini sulle tastiere, lievi frulli di mosconi, si diresse all’ascensore.
Salito nel suo ufficio scorse l’agenda, s’incazzò perché probabilmente neppure quel giorno sarebbe riuscito a lavorare in santa pace, poi mentre le agenzie mitragliavano a ritmo serrato milioni di notizie da tutto il mondo, passò qualche ora a studiare il vento.

Come ogni giorno, da lui si aspettavano la linea; come ogni giorno, il capo della nave salì sul cassero a indicare il futuro prossimo del bastimento che dava lavoro a una serie infinita di teste pensanti e di speranze del futuro momentaneamente fregiati con il titolo di Collaboratori.
Alla riunione con i redattori capo, disse: «oggi prima pagina sula sicurezza che bisogna far la voce grossa se no non ci comprano!… Ma l’avete visto il titolone dell’Elefante? ci scommetto che oggi ci hanno preso sulle vendite… Voglio un bell’editoriale tuo Marassi che sei bravo ad affrontare la questione sicurezza».
«Ma l’editoriale l’abbiamo già promesso a Bagutti della Fondazione BaDesSe che deve scrivere contro la nuova casta dei sindacati… Scrive che la flessibilità è il futuro e che lo stato sociale è solo una moda del passato».
«Beh, allora facciamo il titolone che spacca e l’editoriale sulla soluzione al precariato: abolire il sindacato; poi… è arrivata la lettera al giornale del Segretario?».
«Non ancora, dice che la sta finendo…».
«E come siamo messi con l’intervista al Papa? Dài che bisogna rimpolpare la pagina della cultura; e con lo speciale sulla famiglia del Segretario come siamo? Ah dimenticavo, voglio che ci sia un bel po’ di sangue anche all’interno, che non sembri che la copertina è solo un’apparenza… Se serve prendete a piene mani dai giornali locali, sono sempre pieni di ste robe qua…».
Nel frattempo squillava un telefono. Glielo portarono.
«Salve Presidente! Certo Presidente, sì Presidente… Mi spiace che non abbia trovato di suo gradimento lo spazio lasciato alla notizia… Certo Presidente, mi occuperò io… la prossima v… certo certo, se non le è andato bene si replica, che ne dice dopodomani di una prima pagina? Domani no, c’è già la questione romeni che ci impegna. Sa, con queste notizie abbiamo il nostro bel daffare… Ma dopodomani la metto in prima. Vedrà, un’attenzione così se la sogna sull’Elefante… Certo lo so che questo giornale è suo! Facevo tanto per dire… I miei ossequi Presidente».

Una nebbia fitta si stendeva sulle case, sulle strade, sui sogni e sulle aspettative di una città, mentre Pecori riprendeva il taxi verso casa, in una notte fredda di novembre.
Il taxi era lo stesso della mattina, per uno strano caso. Sedutosi, con sorpresa ritrovò, da lui stesso dimenticato, "il Catafalco di Naonia". Lo prese in mano, ne scorse la facciata, stropicciandolo leggermente, poi, buttatolo nuovamente sul sedile pensò: «Eh, sì… Ne ho fatta di strada, per fare del buon giornalismo».

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