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La nostra città regala squarci memorabili, densi di emozioni, carichi di romanticismo. Non si può rimanere indifferenti a cotanta bellezza che ci circonda e che ci pervade. Tanti nel mondo ce la invidiano,noi ce la teniamo stretta, chiusa, murata la nostra bella città. (continua)


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PERLE AI POSTERI (ritratti lungi e miranti)
La cronaca locale, la cultura locale, la politica locale contagiano tutto con la loro simpatia locale. Quest'anno, mettiamo da parte le divergenze e prendiamo esempio dalle loro parole, dai loro gesti, dai loro pensieri.


Corona di spine
Quindici sonetti nati all’ombra, senza tutte le fascine al coperto, a muso duro e berretto fraccato.

Se te passi un giorno par Verona
Se no te ciapi calche scortelà
Saludame i butei, chei cuatro mona
Che la gran vaca che i à stracagà!

Par strada, tiente streta la to dona
La to musina, tienla ben serà,
Se no te basta, prega la madona, Che no te ciapi calche smusonà.

La ne diria la nostra sitadina
Patria de leterati e premi Nobe
"Sucede tuti i dì che i me roìna

El pranso sti leghisti e sti prelati.
Chei magnamerda i fa de chele robe,
Altro che veronesi tuti mati!

Il crocefisso, lo scettro e la picana

lombroso | 17 Ottobre, 2008 09:59

Ovvero dell'incredibile menage tra vescovo Zenti, monarchici tradizionalisti e tonache amiche di torturatori argentini.

Prima una pre-messa: auspichiamo che proprio domenica il vescovo di Verona dalle pagine de L'Arena, come è suo costume, ci indichi la via per non cadere in tentazione.
Magari salmodiando sull'amore cristiano. O perché no, sul peccato nel commettere atti impuri.

A Verona tutto ormai è possibile, bellezza, basta volerlo.
Facciamo un po' il cazzo che ci pare, soprattutto se ci va di ripescare idee, uomini, azioni dalle cloache della storia.
Che nessuno si azzardi poi di tacciare i veronesi di essere razzisti o fascisti (mere strumentalizzazioni maoiste!). Al limite a noi stanno simpatici preti collusi con una delle più sanguinarie dittature sudamericane, al limite.
E allora, fiato ai tromboni, fate schioccare la vostra picana che sta per arrivare "S. Ecc. Rev.ma Mons." Juan Rodolfo "Garage Olimpo" Laise.
Invitato domenica 19 ottobre da un sempre più rabbrividente vescovo e ospitato dai divertenti tradizionalisti cattolici di "Una Voce" a Santa Toscana, il prete Laise avrà il compito di amministrare le cresime su incarico del buon Zenti. La succulenta occasione è un'irrinunciabile messa in rito romano antico in onore del beato Carlo d'Asburgo, ultimo imperatore d'Austria e re del Lombardo-Veneto (evento condito da coro imperiale e salve di fucileria... benvenuti nella civile e ospitale Tosilandia).
Chissà quante cose per l'occasione il prelato argentino che vive a San Giovanni Rotondo avrà da insegnare ai poveri pargoli.
Potrà elargire loro ad esempio una lezione di storia.
E raccontare dei bei tempi argentini. Chi meglio di lui.
Il suo nome compare in una lista di 25 vescovi ritenuti complici della feroce dittatura argentina resa pubblica dalle associazioni per i diritti umani del paese sudamericano, tra le quali le Madri di Plaza de Mayo.
Qualcuno ricorda? Do you remember, Rudolph?
«Una delle mentalità più cavernicole di tutto l’episcopato» (così lo descrive un libro sui rapporti tra chiesa e dittatura argentina edito dai comunisti dell'Editrice missionaria), vicino agli ultra-reazionari di Tradizione, Famiglia e Proprietà (associazione catto-militarista brasiliana amica di latifondisti e squadroni della morte), Rodolfino non ha mai taciuto delle sue simpatie per una dittatura responsabile della sparizione di circa 30.000 persone, di migliaia di ammazzati, detenuti politici, esiliati.
L'Arena, che incredibilmente per una volta fa del giornalismo, il 16 ottobre riporta ciò che scriveva il quotidiano argentino Pagina/12 (Diego Martinez, «L’incredibile caso di monsignor Laise, il vescovo che chiese di far sparire un prete», 23 dicembre 2007): «Nel 1976 Laise chiese al massimo responsabile militare della provincia di sequestrare un sacerdote che aveva lasciato l’abito talare per sposarsi. (...) Quando le madri degli scomparsi o dei detenuti politici di San Luis cominciarono a bussare alle porte della Curia, Laise fece mettere un cartello con la scritta "Non si ricevono familiari di sovversivi". (...) Le sue visite al generale Luciano Benjamin Menéndez, padrone della vita e della morte in tutto il nord dell’Argentina, erano abituali». Insomma, il nostro suggeriva quali pecorelle smarrite far scomparire.
Che uomo, che spirito misericordioso.
E tutto questo ben di Dio lo possiamo ammirare a Verona grazie al nostro vescovo, ai circoli di frustrati nostalgici di "ordine, tortura e tradizione", al clima di accoglienza ecumenica nella città dell'amore.

Ma in fondo, chi siamo noi per giudicare l'operato di un uomo di Dio?
Frequentò la feccia dell'umanità, va bene, ma non è forse Laise un super-timorato benedetto e cullato da madre chiesa che firma contrito petizioni contro la pena di morte?!
No, non possiamo condannarlo semplicemente perché bazzicava allegrotto le case di sadici aguzzini nazisti e non ha mai dimostrato il minimo pentimento cristiano per le sue imbarazzanti amicizie.
Ci fermiamo allora e facciamo parlare un po' la storia. Che a noi ci scappa un po' da cagare.




Nostalgia canaglia. L'Argentina che piaceva tanto a Juan Rodolfo.


«Prima elimineremo i sovversivi, poi i loro collaboratori, poi i loro simpatizzanti, successivamente quelli che resteranno indifferenti e infine gli indecisi».
(Frase di un generale argentino, ripetuta da Jorge Rafael Videla)


La guerra sporca (in spagnolo: "Guerra Sucia") è stato un programma di repressione violenta di ribelli e dissidenti condotto da forze governative; caratterizzato dall'uso di sparizioni, torture, assassini e altre operazioni segrete e dalla massiccia violazione dei diritti umani e civili. Questo tipo di guerra si svolse in Argentina tra il 1976 e il 1983, e in diversi paesi dell'America Latina nel corso degli anni '60, '70 e '80.
Il 24 marzo 1976 i militari, con il consenso o quanto meno con l’indifferenza della popolazione argentina, promossero l’ennesimo colpo di stato e presero il potere.
Videla (esercito), Massera (marina) e Agosti (aeronautica) formano la prima Giunta Militare del "Processo di ricostruzione nazionale" e sono i responsabili politici dell'eliminazione fisica degli oppositori. Cadranno nelle sanguinarie mani della dittatura guerriglieri, studenti, intellettuali, operai, artisti oltre ad amici e parenti di "sospettati".
Il colpo di stato del 24 marzo 1976 venne programmato con largo anticipo e venne preceduto da una accuratissima operazione di disinformazione, intesa a diffondere nell’opinione pubblica (sia argentina che internazionale) la convinzione dell’assoluta necessità di ristabilire l’ordine e di sconfiggere il terrorismo. Si volle soprattutto evitare di ripetere gli errori commessi da Pinochet in Cile, dove i militari nella loro arroganza fecero spettacolo della violenza e della ferocia con cui si reprimeva il popolo. Non ci furono a Buenos Aires gli stadi pieni di detenuti, non ci fu il bombardamento del palazzo presidenziale, così tragicamente evidenziato dalla morte del presidente eletto dal popolo, come a Santiago; non ci furono carri armati per le strade; la città sembrava normale, le operazioni si facevano con camion e macchine senza targa, di notte, con uomini in borghese. Nacque così l’idea strategicamente brillante dei desaparecidos, cioè quella di far scomparire nel nulla le persone prelevate.

Di notte giravano camionette blindate o macchine che strappavano dalle loro case le vittime che portavano in luoghi segreti che solo i militari conoscevano. Al mattino, quando le persone chiedevano della sorte degli scomparsi, la polizia non dava risposte o diceva che erano stati arrestati per determinati reati.
Ebbe così inizio, lentamente, il più grande genocidio della storia argentina e la pagina più buia della storia contemporanea. I sequestri furono sempre più frequenti e si ripetevano sempre secondo le stesse modalità. Non erano gruppi incontrollati dell’estrema destra, come voleva far credere la Giunta, ma vi era una struttura centrale che li coordinava.
La maggioranza della popolazione era terrorizzata e non era nemmeno facile trovare testimoni. Nessuno aveva visto nulla. In questo modo migliaia e migliaia di persone diedero forma a una fantasmatica categoria, quella dei desaparecidos. Nessun interrogativo trovò una risposta: la Polizia non aveva visto nulla, il Governo faceva finta di non capire di che cosa si stesse parlando, la Chiesa non si pronunciava, gli elenchi delle carceri non registravano le loro detenzioni, i magistrati non intervenivano. Intorno ai desaparecidos si era alzato un muro di silenzio.

Durante il periodo che va dal 1976 al 1983, in Argentina ci furono 2.300 omicidi politici, circa 30.000 persone vennero uccise o "scomparvero" e molte altre migliaia vennero imprigionate e torturate.
Tutte le esecuzioni dei dissidenti furono senza processo, sia perché i militari volevano fare le cose più sbrigativamente, sia perché non si voleva far sapere all'estero di tutte quelle esecuzioni. Dei 30.000 uccisi in Argentina 4.000 vennero narcotizzati e gettati vivi nell'oceano Atlantico o nel Rio de la Plata, mediante i famigerati voli della morte (vuelos de la muerte): vivi perché i loro polmoni, al respirare, si riempissero d'acqua e affondassero i corpi. Se cadevano morti, infatti, nei polmoni sarebbe rimasta l'aria e i corpi sarebbero rimasti a galla, lanciando l'allarme.

All’interno delle singole unità delle Forze Armate e della sicurezza vennero organizzati dei centri clandestini di detenzione, dove venivano portate le persone sequestrate, sottoposte a torture e nella maggior parte dei casi eliminate.
Le "sessioni" di tortura erano sorvegliate da un medico che controllava i limiti di tolleranza della vittima e determinava il proseguimento o la momentanea sospensione della tortura se la vittima non era in grado di reggerla. La valutazione preventiva per capire se la persona da sequestrare o sequestrata avesse qualcosa da dire d’interessante per i sequestratori era pressoché inesistente. Questo metodo indiscriminato portò al sequestro e alla tortura degli oppositori ma anche dei loro familiari, amici, colleghi di lavoro e di un numero rilevante di persone senza alcun tipo di pratica politica o sindacale. Bastava molto poco per essere considerato sospetto. Il prigioniero poteva morire sotto tortura, essere fucilato o gettato in mezzo all’oceano. Il suo cadavere sarebbe stato forse sepolto nelle tombe comuni di cimiteri clandestini, cremato o buttato in fondo al mare con un blocco di cemento ai piedi. Anche se la dittatura militare aveva modificato il codice penale introducendo la pena capitale, ufficialmente non ci fu nessuna condanna a morte.
Secondo i torturati e gli stessi carnefici, i soldati incaricati della repressione applicavano i seguenti supplizi:
- Scariche elettriche ad alto voltaggio, specialmente nelle parti delicate del corpo (genitali, capezzoli, orecchie, gengive).
- Ustioni alle ferite tramite sigarette oppure piccoli lanciafiamme.
- Rottura di alcune ossa del corpo, in genere piedi o mani.
- Ferimento dei piedi con spille o oggetti appuntiti.
- Pestaggio a sangue delle vittime. A volte, per non lasciare tracce, venivano pestate con sacchetti di sabbia.
- Immersione del viso in escrementi fino al soffocamento.
- Torturati appesi a testa in giù per un tempo indefinito.
- Torture fatte alla vista dei parenti, stupri e pestaggi.



informazioni storiche tratte da:
http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_sporca
http://archivio.rassegna.it/2006/speciali/articoli/argentina/03.htm
http://www.presentepassato.it/Dossier/Diritti_98/12militari_arg.htm
http://www.pagina12.com.ar/diario/elpais/1-96846-2007-12-30.html
http://www.memoriando.com/noticias/501-600/554.html

sulle sevizie, sulle atrocità e
sull'impunità dei carnefici durante il terrorismo di Stato argentino consigliamo:
http://rottasudovest.blog.lastampa.it/rotta_a_sud_ovest/2008/01/i-patrioti-dell.html

per un elenco del clero complice della dittatura:
http://www.desaparecidos.org/arg/iglesia/complice/4.html

Posted in sindrome di occipital. Commenta: (14). Trackback:(0). Permalink
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